Le Politiche Giovanili

come strumento

per lo sviluppo locale

 

Dopo una laurea (mai rinnegata) in Giurisprudenza, oggi mi occupo di facilitazione dei gruppi e pratiche di innovazione sociale legate ai processi di partecipazione. Un modo un po’ tecnico e vago per dire che quello che facciamo, con Svolta e Fondazione Caritro, è aiutare le persone e le associazioni a immaginare alternative, prendere decisioni, rispondere ai bisogni delle persone e realizzare pure qualche desiderio.

Emanuele Pastorino

Progettista e consulente nel Terzo settore

Le nuove generazioni si allontanano dalle forme tradizionali di partecipazione (come il voto, l’adesione ad associazioni o ai partiti) ma sono attive attraverso forme “non convenzionali” o “latenti” come possono essere volontariato, consumo etico, stili di vita sostenibili, attivismo digitale e movimenti. Crescono, specie in alcuni contesti, forme di cittadinanza attiva informale e fluida, fatta di informazione, donazioni e uso dei social per incidere sull’opinione pubblica e politiche locali (Agostini, 2025).

 

Non è una “nicchia”

La partecipazione giovanile, seppur con queste caratteristiche, rappresenta un elemento cruciale per lo sviluppo delle comunità contemporanee. Negli ultimi anni si è registrato un cambio di passo da parte dell’Unione Europea rispetto al tema: le politiche giovanili sono state trasformate “da politiche per la cura a politiche per l’emancipazione e la legittimazione (empowerment), obiettivi che sono stati poi declinati a livello nazionale e locale per riconoscere l’autonomia delle giovani generazioni, creare opportunità per loro e favorire le condizioni per un maggior benessere e una partecipazione più attiva” (Fondazione CRC, 2025).

In Italia i giovani partecipano meno al volontariato formale (5,1%) e informale (3,7%) rispetto alla media europea (13,3% e 14,8%). Tuttavia, mostrano maggiore impegno in pratiche orientate al cambiamento sociale: il 52% contro il 48% europeo. I giovani italiani attribuiscono più valore agli strumenti democratici tradizionali: il 46% ritiene il voto efficace (contro il 41% europeo), il 36% partecipa a proteste (contro il 33%), mentre meno fiducia è data alle petizioni (28% contro 30%). Questi dati smentiscono l’idea di un disinteresse civico, indicando invece una fiducia nella partecipazione democratica (Agostini, 2025). 

Questi dati trovano conferme anche in quelli evidenziati dal decimo rapporto IREF sull’associazionismo sociale: è evidente un crescente impegno civico da parte delle persone giovani accompagnato da una marcata disaffezione verso la politica tradizionale. Le persone giovani fino ai 19 anni costituiscono una fascia particolarmente attiva, con oltre il 20% di loro coinvolta in forme di attivismo sociale contro il 5% che partecipa a forme di volontariato tradizionale.

 

L’urgenza di fare qualcosa

Chi si occupa di politiche giovanili, di politiche di partecipazione o, più generalmente, chi opera nel Terzo Settore riconoscendo valore e centralità anche alle forme del volontariato ha il compito di mettere in discussione il punto di vista da chi si muove (Maturo, Pastorino, 2023). Se è sempre più evidente come le forme in cui tradizionalmente abbiamo inteso il volontariato non sono più patrimonio condiviso ma si sono arricchite con altre modalità, ritmi, strutture organizzative e compiti (Caltabiano, Vitale, Zucca, 2024) è ancora forte l’urgenza di fare qualcosa per rendere “abitabili” a queste nuove forme anche i contesti tradizionali.

In questo senso, per poter ripensare e rimodellare proposte, percorsi, luoghi, e condizioni della partecipazione giovanile, in modo da facilitare la loro presenza attiva “nessuna riflessione sul rapporto tra giovani, partecipazione e volontariato, può prescindere da alcune attenzioni di metodo: evitare la pratica del giudizio, dell’utilizzo di codici morali che rapidamente si legano alla cultura diffusa e transitano dall’osservatore verso altre persone che condividono tali classificazioni; non lasciarsi tentare dall’utilizzo di un codice puramente tecnico che nella sua freddezza separa e valuta spesso incasellando in diagnosi; andare alla ricerca di quei nessi di senso che definiscono il legame tra le persone e i loro contesti materiali e immateriali, determinanti nella scelta delle posture personali e collettive” (YEPP, 2023).

La postura che le organizzazioni più consolidate hanno nei confronti di questo cambiamento è segnata da un certo “conservatorismo” che è tipico di tutte quelle comunità che vivono stagioni di crisi e cambiamento: ad esempio, tanti anni fa Gianni Rodari scriveva parole durissime guardando a cosa stava avvenendo dentro le scuole (qui reso digitale e facile da recuperare da Vanessa Roghi)

non bisognerebbe mai stancarsi di chiarire che la scuola è nel caos non perché ci siano state in essa troppe innovazioni rivoluzionarie, ma al contrario perché essa è rimasta vecchia, e da vecchia è diventata decrepita, e da decrepita sta diventando marcia. Cosa c’è da “restaurare”? Niente di niente. C’è invece, nella scuola dell’obbligo, da andare avanti con minore timidezza, togliendo l’iniziativa delle riforme dalle mani di un ministro confusionario. E c’è, nella scuola secondaria, da cambiare ogni cosa, dalle fondamenta. I cadaveri vanno seppelliti, non rivivono a imbellettarli” (Gianni Rodari, su Paese Sera del 12 febbraio 1978).

In modo del tutto simile, “chi è impegnato nel lavoro con i giovani o chi, comunque, si occupa di loro può incorrere nel rischio di guardare alle loro esistenze o presumendo di conoscere come si snodano e si realizzano o utilizzando paradigmi di riferimento comparati alla propria giovinezza” (YEPP, 2023): è un elemento minimo che potremmo definire “di buonsenso” ma che (dati alla mano) risulta ancora ostico.

Accanto a questi temi (le forme del volontariato che cambiano; la postura “conservativa” e spesso giudicante dei contesti tradizionali e delle persone adulte), rimane un altro tema trasversale ai primi due ma anche alle generazioni: la partecipazione è posta sempre più di fronte ad una sfida legata ai temi dell’accessibilità e dell’usabilità (intese nelle loro diverse dimensioni: economica, sociale, fisica, culturale).

Il tema è ancora quello che ha animato i percorsi che, attorno a questi temi, hanno attraversato il periodo di Trento Capitale Europea e Italiana del Volontariato: “quante persone hanno a loro disposizione tempo, sicurezza economica, disponibilità emotiva, di poter avere accesso ad un volontariato molto più burocratico di quanto non lo sia stato in passato, gestito da logiche che spesso respingono chi ha incarichi di cura (perché le riunioni sono troppo lunghe, perché sono in orari inaccessibili) oppure respingono chi ha minor voce e minori privilegi (perché focalizzate su dinamiche che risultano incomprensibili alle generazioni più giovani o perché dominate da uomini adulti che faticano a cedere spazio di decisione ad altre persone)” (Maturo, Pastorino, 2023).

 

Per una “democrazia del fare”

L’insieme di questi elementi fa emergere come l’impegno civico da parte delle persone più giovani sia selettivo e si attivi su tematiche specifiche – sostenibilità ambientale, diritti civili, questioni di genere – mentre diminuisce drasticamente l’interesse verso la politica istituzionale. Prende forma una “democrazia del fare” (Caltabiano, Vitale, Zucca, 2024) che privilegia interventi su questioni di piccola scala dove è possibile agire un impegno diretto e tangibile, evitando le controversie politiche più ampie e, con esse, i meccanismi della rappresentanza tradizionale.

Il rapporto evidenzia anche gli effetti positivi della partecipazione sulle persone giovani impegnate per le proprie comunità in quanto queste percepiscono maggiore benessere, manifestano più ottimismo e dimostrano maggiore sicurezza nelle proprie relazioni (tanto personali quanto lavorative). Questo orientamento settoriale, però, non ha effetti ugualmente benefici per la comunità in cui le persone vivono e si attivano: questa forma di attivismo, infatti, permette di affrontare questioni specifiche con competenza ma rischia di indebolire la capacità di costruire visioni condivise e di lungo periodo.

Questo aspetto può essere in parte mitigato attraverso reti e collaborazioni tra persone, associazioni ed enti: le istituzioni pubbliche hanno un ruolo cruciale nel facilitare questi processi, valorizzando l’energia delle persone giovani che scelgono di impegnarsi e attivando risorse per rendere ancora più possibile (in termini di accessibilità) ad altre persone di attivarsi.

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

Agostini, C., Giovani: nuove forme di partecipazione per la cittadinanza attiva, in Secondo Welfare, rivista online, 2025

Andorlini, C., Appunti verso una rigenerazione di significati tra giovani, lavoro e impegno sociale, in Rivista Impresa Sociale n. 2/2025, 2025

Caltabiano C., Vitale T., Zucca G., La prospettiva civica. L’Italia vista da chi si mette insieme per cambiarla, Feltrinelli, 2024

Fondazione CRC, Giovane a chi? Numeri e voci di nuova cittadinanza attiva (e non), in Quaderno 48, 2025

Maturo M., Pastorino E., Il senso d’urgenza: spazi di nuovi volontariati e attivismi, su Vita.it, 2023

Rodari G., Intendersi bene sulla “scuola seria”, originariamente in Paese Sera, 12 febbraio 1978, consultato su www.vanessaroghi.com, 2 gennaio 2025

YEPP (a cura di), Tu sei una persona che partecipa? Una ricerca su giovani, partecipazione e volontariato, 2023