Il Design Thinking
Questo articolo è tratto dal nostro Piccolo erbario della progettazione – appunti per ideare e collaborare nel sociale che potete scaricare gratuitamente QUI
Come designer lavoro in Italia e all’estero con diverse realtà: Social Seed, “laboratorio” di innovazione, con Shifton, agenzia italiana per l’innovazione nei servizi e trasformazione digitale, e con Boundaryless, agenzia internazionale fondata dai creatori del Platform Design Toolkit. Come imprenditore sociale ho co-fondato School Raising, la prima piattaforma italiana di crowdfunding per finanziare progetti scolastici, e Mitosis, co-working e event space berlinese.
Tra le metodologie che possiamo utilizzare per gestire un progetto c’è il Design Thinking, usato dai professionisti che lavorano nel campo della progettazione di servizi, flussi ed esperienze, e che può essere adottato in contesti molto diversi. Nel Design Thinking vengono normalmente identificate quattro fasi principali della progettazione, che corrispondono a momenti alternati di divergenza (in cui si creano opzioni) e convergenza (in cui si fanno delle scelte).
Le fasi sono anche legate a un’azione precisa.
- Fase 1 (divergenza) serve empatizzare con le persone per cui stiamo andando a progettare.
- Fase 2 (convergenza) serve definire alcuni (pochi) archetipi di persone per cui andremo a progettare.
- Fase 3 (divergenza) serve ideare soluzioni con le persone per cui stiamo progettando.
- Fase 4 (convergenza) serve infine prototipare e testare le soluzioni più promettenti con le persone per cui stiamo progettando.
Le fasi nel Design Thinking, dall’indefinitezza alla soluzione
Seguendo questa metodologia, si fa leva sul pensiero laterale e si esplorano i problemi per immaginare nuovi modi di risolverli: modi che possono rivelarsi molto creativi. Tuttavia, le soluzioni possibili dovranno rispettare tre criteri fondamentali.
