La visione: immaginare un progetto
Questo articolo è tratto dal nostro Piccolo erbario della progettazione – appunti per ideare e collaborare nel sociale che potete scaricare gratuitamente QUI
Sono al ventesimo anno di esperienza di progettista nel campo della rigenerazione urbana e dello sviluppo locale su base comunitaria. Conduco attività di progettazione, accompagnamento, valutazione e formazione nella convinzione che ogni conquista a cui si prende parte avvicina alla nostra idea di società.
Se pro-gettare significa gettare-oltre, l’oltre dov’è?
La visione come trampolino per spiccare il balzo progettuale. Qual è il vostro progetto? Una domanda apparentemente banale, ma non così tanto. Chi lavora nell’ampio ambito sociale, culturale, ambientale e derivazioni vive di progetti. Nel gergo interno delle organizzazioni, il termine “progetto” corrisponde a quell’elaborato costruito solitamente sulla base di un’opportunità (un bando, una gara, una convenzione ecc.) che determina la cornice entro la quale l’organizzazione propone un percorso, un servizio, un’offerta. Questi elaborati per me si chiamano “microprogetti”. I microprogetti sono il modo di realizzare un grande progetto di società di un gruppo o di un’organizzazione: io quello lo chiamo “gigaprogetto”.
Il gigaprogetto è lo scopo ultimo dell’azione e sta ai miniprogetti come il fine sta ai mezzi. Progettare è prima di tutto avere chiaro quel fine e solo poi, trovare i mezzi per realizzarlo. Questo non significa che i microprogetti non siano importanti, anzi! Lo sono come lo sono i mezzi per raggiungere il fine. Ma se vogliamo davvero progettare, dobbiamo pensare al gigaprogetto. Come in quel detto del marinaio e del vento, senza gigaprogetto, non c’è miniprogetto capace di avvicinare la realtà al “mondo come potrebbe essere”.
Infatti, letteratura e anni di lavoro sul campo mi hanno insegnato che quel mondo immaginato è la leva a partire da cui costruire progetti efficaci. Pensate a un progetto che considerate efficace: cosa vi viene in mente? A me quelli in cui gli attori coinvolti perseguono la loro visione in modo ostinato, che spingono verso il mondo come potrebbe essere. E ci si avvicinano per passaggi, a volte per scarti laterali, unendo i puntini delle opportunità e dei microprogetti.
Per progettare in modo efficace, bisogna immaginare il mondo come potrebbe essere, se tutto andasse bene. Per fare questo scarto, bisogna lanciarsi. Non è un caso che “lanciarsi” sia anche il significato di “progettare”. Progettare significa “gettare oltre”, “gettare avanti”. Ma dove si trova questo “oltre”? Qual è il punto di arrivo desiderato? Il desiderio ha un ruolo centrale nella progettazione, è il punto di inizio: “de-sidero” da de- e -sidus (stella), significa “avvertire mancanza delle stelle”, di buoni presagi. Il desiderio è la percezione di una mancanza che porta a ricercare quella parte mancante, un senso di urgenza che spinge all’ottenimento di risultati e alla generazione di impatti. La spinta che attraversa la distanza tra il mondo come è e il mondo come potrebbe essere.
Il mondo desiderato, come potrebbe essere, è la visione. Se è vera visione, ha dei tratti di irrealizzabilità, altrimenti state bluffando. Se non spingiamo verso quel mondo impossibile, non oseremo mai pensare di poterlo raggiungere. Per farlo, ci vuole prima di tutto una dose massiccia di spudoratezza: bisogna procedere senza paura, in modo impavido. Poi lanciarsi, gettarsi-oltre. Il gigaprogetto ha una forte base individuale (come tutto quello che è guidato dal desiderio), ma non può prescindere da un gruppo (che può avere varie forme organizzative) perché per realizzare un gigaprogetto bisogna essere tanti. Il gigaprogetto è il minimo comune denominatore tra mondi immaginati, è l’esito di un confronto aperto su quel mondo immaginato da ciascuno.
