Stimolare la partecipazione
Questo articolo è tratto dal nostro Piccolo erbario della progettazione – appunti per ideare e collaborare nel sociale che potete scaricare gratuitamente QUI
Mi occupo di progettazione di processi partecipativi e di relazioni di prossimità con il territorio per l’ascolto e l’emersione di soluzioni collettive. Dal 2019 collaboro come designer di processi con diversi enti nelle città di Trento e Bologna, dove svolgo anche un ruolo di project manager presso la Fondazione per l’Innovazione Urbana: un centro di analisi, comunicazione, elaborazione e co-produzione sulle trasformazioni urbane per affrontare le sfide sociali, ambientali e tecnologiche.
Sperimentare modelli di governance partecipata del territorio per immaginare una città a misura delle comunità che la abitano è uno degli obiettivi che molte delle pubbliche amministrazioni si stanno ponendo con un’attenzione via via crescente.
Negli ultimi anni, le trasformazioni che hanno interessato e modificato radicalmente le città occidentali e il loro tessuto urbano, quali le migrazioni, la progressiva digitalizzazione dei servizi, gli effetti del cambiamento climatico, la recente pandemia di Covid-19, hanno fortemente e rapidamente mutato il rapporto tra città e abitanti, in tempi e modalità che spesso sfuggono agli approcci top-down di gestione e organizzazione del territorio.
A tal fine, la Riforma del Terzo Settore e il Codice del Terzo Settore, che dopo anni di gestazione sono ormai in vigore e in applicazione, mirano a definire una collaborazione sempre più stretta e stabile tra Pubblica Amministrazione ed Enti del Terzo Settore, o quelli che vengono spesso denominati “corpi intermedi”. Tale relazione intende dare maggior protagonismo alla collaborazione tra pubblico e privato, incentivando percorsi strutturali e duraturi di co-programmazione e co-progettazione che li coinvolgono “come procedure primarie e prevalenti di assegnazione di risorse economiche, fisiche e immateriali, (…) che possano interessare tutto il campo di programmazione e progettazione a livello territoriale di interventi e servizi”.
Il processo di coprogettazione o, in termini più ampi, di codesign, che comprende anche la dimensione della co-programmazione, è qui inteso come una modalità per allineare gli interessi dei diversi attori lungo un processo creativo, considerando tutti i partecipanti come partner e sostituendo la reattività con la collaborazione.
È quindi necessario mettere in campo figure e strumenti per progettare la partecipazione.
Fondamentale diventa il ruolo del moderatore o della moderatrice, che spesso coincide con la figura del/la service designer o più in generale con chi ha il ruolo di progettare e facilitare il processo di civic engagement e di codesign, individuando gli strumenti ed i linguaggi più opportuni al fine di rendere il processo accessibile ai diversi corpi intermedi e ai cittadini e cittadine che possono portare la propria esperienza a favore della creazione di una soluzione il più possibile desiderabile.
Il coinvolgimento attivo degli utenti finali e degli stakeholder nelle fasi di individuazione dei bisogni (problem setting) e progettazione (problem solving) di un intervento pubblico ha infatti l’obiettivo di condividere le esigenze collettive definite in senso ampio e inclusivo e costruire insieme possibili risposte progettuali da mettere in campo; scenari possibili che possano contribuire a nutrire una rinnovata dimensione collettiva di futuro.
Con forte attenzione a strumenti e metodi collaborativi e con il fine di valorizzare il coinvolgimento attivo dei soggetti che operano e vivono i territori, nell’esperienza bolognese il processo si è dotato nel 2017 di una nuova figura professionale: l’Agente di prossimità.
Compito di tale figura, interna all’Ufficio Immaginazione Civica dell’attuale Fondazione per l’Innovazione Urbana, è quello di analizzare i bisogni del territorio espressi dalle comunità che lo abitano al fine di coinvolgerle nelle diverse fasi dei processi di codesign, valorizzare le reti civiche esistenti sul territorio e la cura dei beni comuni mettendo in campo strumenti ad hoc. A Bologna i sei Agenti di prossimità, uno per quartiere, operano in coordinamento con gli Uffici reti e lavoro di comunità dei Quartieri, organizzando incontri, laboratori, focus group, attivando relazioni con le comunità e i cittadini (…) in un’ottica che intende essere sempre più orientata non solo all’ascolto e alla collaborazione reciproci, ma anche alla concretizzazione di vere e proprie forme di co-produzione della decisione sulle politiche pubbliche tra Amministrazione e cittadini.
A tal fine, è opportuno riservare degli spazi destinati all’ascolto e alla coproduzione di soluzioni collettive; un esempio sono i Laboratori di Quartiere, gestiti a Bologna dalla Fondazione per l’Innovazione Urbana in stretta collaborazione con il Comune di Bologna. I Laboratori di Quartiere sono “spazi di partecipazione, confronto e decisione che in modo costante coinvolgono i cittadini, le cittadine e le comunità dei quartieri, operando su scala di zona”. Di anno in anno modulano obiettivi e metodi, per facilitare il confronto, far emergere bisogni e immaginare proposte progettuali e soluzioni collettive per la città. (…) Al termine di ogni ciclo, i Laboratori generano le Agende di Quartiere, documenti con priorità, bisogni e proposte per porsi a supporto delle decisioni dell’Amministrazione e dei Quartieri.”
